La guerra ieri e oggi

20 Giugno 2022 Tempo di lettura: 7

Nell'ottobre 1914, mentre buona parte dell'Europa era già impegnata nel conflitto mondiale e anche nel nostro paese spiravano venti di guerra, La Domenica del Corriere (n. 41) pubblicò un racconto breve del fisico e meteorologo urbinate Tito Alippi. Dopo aver constatato la sua triste attualità, non possiamo non augurarci che anche ora non vi siano astronomi di Marte intenti a puntare i propri strumenti verso la Terra. (Lele)

La misera fine del più grande Astronomo di Marte

In qual modo Ares, il grande anzi il più grande astronomo di Marte, giunse alla sua portentosa scoperta? E su quali principii scientifici essa riposava? Io non lo dirò ai lettori per varie ragioni, tra cui questa principalissima: che neppure io lo so! Non se ne meravigli nessuno, riflettendo che a noi, creature di un altro mondo, per quanto progredito nelle scienze fisiche, non può essere concesso comprendere i portati di altre intelligenze troppo diverse dalle nostre, molto più addentro nella conoscenza delle grandi leggi naturali, e che dispongono per giunta di altri sensi coi quali afferrano forme di energie a noi ignote.

Ed un'altra curiosità rimarrà a chi legge: quella di sapere almeno come mi sia giunta notizia del grande avvenimento, compiutosi nei giorni scorsi su Marte. Qui si tratta di un segreto che ho assolutamente promesso di conservare. Qualche lettore penserà probabilmente ad una comunicazione medianica, ricordando la chiaroveggenza del famoso medium Elena Smith che, al dire degli spiritisti, ci avrebbe cosi bene informati sul mondo e sul linguaggio dei Marziani. Pensi quello che vuole il lettore, io passo al racconto.

Gli astronomi di Marte possedevano già istrumenti di ingrandimento tali che i maggiori e migliori dei nostri, anche il grande rifrattore di Yerkes, che porta la Luna a 130 chilometri da noi, sarebbero apparsi, se un confronto fosse stato possibile, giocattoli da bimbi. Ma l'invenzione di Ares andava molto, molto più in là, perché, secondo le sue previsioni, avrebbe concesso all'osservatore di trasportarsi idealmente a pochi chilometri dalla superficie del mondo preso di mira. L'astronomo contava, insomma, di poter scrutare i misteri degli astri, trascorrendo sovra essi, quasi librandosi nella loro atmosfera, cosi come oggi fanno sulla nostra terra aeroplani e dirigibili.

Finalmente la grande opera alla quale egli aveva dedicata tutta la sua vita era compiuta, e solo si trattava di constatarne i prodigi. Questo avveniva qualche settimana fa soltanto. Il primo astro al quale Ares rivolse la sua attenzione fu - siamogliene grati - la nostra Terra: non perché questa si trovasse nelle migliori condizioni di visibilità che anzi erano veramente cattive per la vicinanza prospettica al sole, ma perché gli interessava trovare la conferma di una sua ostinata idea la quale aveva sempre sostenuto con grande calore nelle conferenze e nei libri in confronto di altri dotti: che gli abitanti della Terra fossero assai più avanzati nella civiltà che non i Marziani, e quasi quasi prossimi al più alto grado della perfezione tra tutti gli esseri dell'universo: angeli insomma o poco meno! Senza conoscerci, il grande scienziato di Marte era entusiasta di noi.

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La prima visione che gli si presentò non appena col meraviglioso apparecchio prese di mira la Terra, fu l'estrema costa della Sicilia. Spostando l'apparecchio verso nord, Ares vide passare, come sullo schermo del cinematografo, un'incantevole visione di luce, di serenità, di gaiezza: le terre e i mari d'Italia! Sfilarono innanzi al suo sguardo le innumeri bellezze naturali del nostro paese, i grandi monumenti della storia, le città popolose ed industri, tutta una gente operosa, tranquilla e pacifica. Le Alpi gigantesche dalle irte vette nevose passarono avanti gli occhi di Ares, che contemplava estatico, felice. Seguono altri monti, altre terre... ma che cosa si agita su di esse? Torme di piccoli uomini armati si avventano contro altre torme, nel cozzo si sprigionano vampe di fuoco, cadono o restano inerti o si dibattono in un'angoscia suprema a centinaia, a migliaia i piccoli uomini, che una furia immane sospinge alla lotta. E nuove torme incalzano e nuovo fuoco si accende sul terribile quadro, ed altre schiere di uomini si abbattono tra un tumultuoso balenar d'armi, sventolar di bandiere, galoppar di cavalli! Ares osserva terrorizzato e nervosamente sposta qua e là la mira, sperando che l'orribile visione dilegui. No, non dilegua, soltanto varia la scena e mutano i particolari del tremendo spettacolo. Campi ubertosi devastati, città fiorenti distrutte, ponti che saltano tra un corruscar di faville, fiamme che divorano i più rari, i più bei monumenti dell'arte, e dovunque cadaveri e stragi! Tutto l'orrore dell'immensa guerra balena nel tragico panorama innanzi agli occhi atterriti di Ares. «Ma che esseri abitano mai la terra? O quale pazzo furore li ha invasi? E' realtà questo, o pazza illusione del mio cervello?» egli si domanda con ansia paurosa.

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Le gazzette di Marte sparsero il giorno stesso la meravigliosa e terrificante notizia. I grandi titoli variavano poco dall'una all'altra:

  «La grande invenzione di Ares».

  «La terra veduta a piccolissima distanza. I suoi abitanti sono ancora barbari e selvaggi».

Seguiva la descrizione di quanto i grande astronomo aveva veduto: descrizione che era costata non piccola fatica ai redattori, perché mancavano ad essi idee e parole adatte a rappresentare fatti di cui il loro mondo pacifico non aveva la più lontana idea. Appena qualche ricordo di lotte tra popoli emergeva nel buio di tempi antichissimi, e forse era più leggenda che storia. Tuttavia le notizie della nostra terra destarono tra i Marziani il più grande scalpore. Subito però, come per reazione, si diffuse e prevalse l'opinione che il grande astronomo fosse stato vittima di un'allucinazione o avesse scientemente ingannato. La sua fama non resse alla prova. Non si dubitava tanto dell'invenzione in sé quanto della possibilità che esistessero sopra un pianeta popoli in apparenza cosi civili, in realtà cosi barbari ancora, quali risultavano dalle rivelazioni di Ares. L'inverosimiglianza di queste trascinava con sé anche la sfiducia e il discredito sulla grande invenzione.

I fatti parvero dare senza troppo indugio ragione ai tranquilli Marziani. Infatti il giorno dopo apparve sui giornali questa laconica notizia:

  «Il grande astronomo Ares, colpito da pazzia furiosa, è stato oggi rinchiuso in manicomio. Cosi cade nel nulla la storia della sua mirabolante invenzione e l'inconcepibile notizia che egli ci dava sugli abitanti della Terra, i quali dovrebbero essere nientemeno civili e selvaggi al tempo stesso!»

Proprio così: il cervello di Ares non aveva resistito alla visione spaventosa di tanti orrori. Colpito da un accesso di pazzia, a colpi di martello aveva infranta la mirabile opera sua, la quale un solo torto aveva avuto: quello di avergli rivelata la verità!

T. Alippi

Questo e altri 5 racconti di fantascienza di inizio Novecento sono stati recentemente raccolti nel volumetto Fantastica Domenica, che ho curato e che è acquistabile online su Amazon.

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